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Ciò che accadde nella notte tra il 25 ed il 26 aprile 1986 nel quarto reattore della Centrale Elettronucleare di Chernobyl, intitolata alla memoria di Lenin, ed adagiata sulle placide sponde del fiume Pripyat, è ormai stato ricostruito anche nei più piccoli dettagli; per trarre vantaggio da un periodo di arresto del reattore per la manutenzione ciclica, le competenti autorità sovietiche e la direzione della centrale programmarono un esperimento mai prima effettuato in nessuna della centrali nucleari sovietiche: lo scopo era di verificare quanto tempo il reattore del tipo RBMK di seconda generazione, avrebbe fornito, in condizioni di arresto, energia elettrica per i circuiti di raffreddamento del vapore prima dell’intervento dell’alimentazione elettrica alternativa proveniente da generatori diesel. L’esperimento, che cominciò nel pomeriggio del 25 aprile, si protrasse, dunque, per molte ore, durante le quali la direzione tecnica commise svariati errori di valutazione circa le conseguenze di ognuna delle molte operazioni di abbassamento dei livelli di sicurezza, alcune delle quali furono ordinate quando già alcuni tecnici, pur non azzardando per ragioni di opportunità interventi autonomi, segnalarono discrepanze profonde con le procedure e sottolinearono i rischi del proseguimento dell’esperimento. Ma allorché il grave ed imminente pericolo fu chiaro a tutti, le procedure di emergenza non bastarono più; il reattore, surriscaldatosi, continuò a produrre vapore a velocità esponenziale, le barre di controllo a causa dell’elevato calore, non si abbassarono nelle loro sedi ed alle ore 01,23 del 26 aprile la prima esplosione causata dal vapore scosse il reattore; dopo circa due minuti una seconda esplosione causata dai vapori del combustibile presenti nel reattore completò l’opera di distruzione: il nocciolo del reattore sprofondò nella struttura, la copertura del quarto blocco, peraltro molto leggera in relazione all’impianto, venne sventrata e nel cielo si innalzarono circa nove tonnellate di sostanze radioattive; i materiali più pesanti ricaddero al suolo, ma molte sostanze altamente irradianti –Cesio 137, Iodio 131, Stronzio 90 e molti altri- andarono a formare una nube che si spostò rapidamente verso il nord, verso la Bielorussia , verso Gomel. Gli abitanti delle zone limitrofe alla centrale furono sottoposti a radiazioni paragonabili all’esplosione di circa 100 bombe del tipo sganciato ad Hiroshima, la nube radioattiva si propagò nei giorni successivi fino a raggiungere zone dell’Europa occidentale lontane anche migliaia di chilometri. La parte maggior e delle sostanze radioattive andò a depositarsi su 155.000 Kmq a nord di Chernobyl, coprendo nel tempo, come dicono le stime più attendibili, circa 15 milioni di persone; ai 30 morti delle prime ore (di un tecnico si perse ogni traccia) si aggiunsero col passare dei mesi circa 255.000 persone, molti dei quali avevano partecipato direttamente alla liquidazione del disastro; i dati più recenti riportano in circa 310.000 il numero degli abitanti che sono stati evacuati, ma molti di loro, fra quelli che non sono morti, alla fine hanno preferito tornare nella zona dove tutt’oggi vivono dove non si dovrebbe.


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